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Pietro Mascagni ricorda VERDI PDF Stampa E-mail

 

Pietro Mascagni
ebbe l'occasione di ricordare solennemente Verdi
in tre importanti occasioni.
- Nel febbraio del 1901, ad un mese dalla morte, a Roma in occasione della commemorazione ufficiale.
- A Vienna nel 1902, ad un anno dalla morte, invitato dal Governo Austriaco a dirigere La Messa di Requiem.
- E di nuovo a Roma, all'Accademia di Santa Cecilia, nel
quarantesimo anniversario. (1941)

GIUSEPPE VERDI
di Pietro Mascagni
Estratto dal Discorso tenuto da Mascagni all'Accademia di Santa Cecilia, in Roma nel quarantesimo della morte di Verdi.

 

Un genio di nome: Giuseppe Verdi.

"Ci fu chi negò che Verdi fosse un genio; e fu proprio la parola degli scienziati che attribuivano al sommo creatore di musica espressiva un grandissimo talento ma gli negavano il dono divino della genialità.
…Ora l'Arte per essere veramente Arte ha bisogno del dono divino della creazione.
…Insomma per creare opera d'Arte bisogna aver ricevuto il dono divino della Genialità. Lo studio serve soltanto a disciplinare la creazione spontanea; chi non ha il dono divino non può creare opera d'arte, neppur possedendo un bagaglio di studi e teorie.
Giuseppe Verdi ebbe questo dono in una misura eccezionale. Ma non gli fu riconosciuto da tutti, anzi gli fu negato proprio da degli scienziati. Ebbi a discutere con Enrico Ferri che sentenziava "Ma Verdi non è un Genio!"…io mi ribellai sdegnosamente … Ma Ferri apparteneva a quella specie di umanità che non ha la facoltà di comprendere la gioia del canto. E questa specie di umanità è molto numerosa e assai ingombrante per ragioni di intellettualità e di cultura generale.…
Verdi con la sua produzione ha tenuto e tiene testa a questi barbari dell'arte… La sua musica esprime la parola e il sentimento in una maniera così alta, che nessun creatore di melodie è mai riuscito a raggiungere.


…Si parla di cultura musicale e si dimenticano tutte le concezioni complesse ed organiche uscite dalla mente di Verdi, si discute di procedimenti tecnici e si disconosce la partitura di Rigoletto, il cui solo elemento orchestrale costituisce un tesoro, e non si pensa alla Traviata, al Ballo in Maschera e soprattutto al Don Carlos, che di nuovi procedimenti tecnici di armonia e di strumentale ha dato una vera ricchezza all'arte, si accenna ai mutamenti di gusto del pubblico e pare non si sappia che di quel gusto fu, per la massima parte, arbitro Verdi stesso.

 

Verdi_dipintoQuando si volle registrare la musica dicendola: il linguaggio universale, si pensò a Verdi, la cui musica parlava, discorreva con l'intera Umanità, che la comprendeva, che la sentiva. Perché la musica è un discorso: se non parla non è musica.
Nella musica di Verdi uomini e cose trovano sempre uno specchio, nelle melodie chiare e familiari non vi è chi non senta il riflesso di un ricordo, di una gioia, di un dolore, di un avvenimento. È la musica che corrisponde mirabilmente al sentimento umano; è la musica che riproduce idealmente la vita vissuta.
 ...Certi canti delle opere verdiane arrivano agli orecchi e al cuore degli ascoltatori senza passare per il cervello, con un impeto improvviso e fanno tremare i polsi.
…Le Opere di Verdi sono tutte nel nostro cuore, nel nostro sangue; ed è con orgoglio che dobbiamo sentirci nati nella terra che diede la vita a Giuseppe Verdi.
Non possiamo dimenticare, che nello stesso secolo in cui Verdi visse e creò la sua arte divina, vissero gli altri tre sommi Maestri: Rossini, Bellini e Donizetti, i tre Genii che con Verdi formarono il secolo d'oro della melodia.
COSÌ HO CONOSCIUTO L'UOMO CHE SI CHIAMÒ BURBERO.

" Nessuno tra i presenti potrà mai immaginare da quale sentimento sia preso il mio animo in questo istante in cui mi accingo a parlare di Giuseppe Verdi, di questo grande italiano che nel concetto dell'Umanità è ormai leggendario, mentre per me è ancora e sempre l'uomo che ho conosciuto personalmente, che mi ha concesso l'onore e la fortuna della sua confidenza, e la cui voce mi ha insegnato tante cose che hanno formato le regole della mia vita e della mia arte ed hanno creato nell'anima mia la religione dell'affetto e della bontà.
Quando ero giovane, sempre dopo Cavalleria, avevo una intima ambizione alla quale attribuivo un senso di porta-fortuna per il mio avvenire artistico: nei giorni in cui mi fermavo a Milano, volevo alloggiare dove era solito alloggiare Verdi; e così al vecchio albergo Milano, occupavo abitualmente il Suo appartamento, salvo a scappare in una modesta camera non appena il proprietario, Comm. Spatz, veniva premurosamente a dirmi: "Arriva il Maestro". Ma intanto per qualche giorno mi beavo in quelle stanze dove Verdi viveva tanti giorni all'anno.

E mi sedevo alla scrivania sulla quale Egli scriveva, e suonavo il pianoforte che Egli suonava, e riposavo in quel letto nel quale Egli dormiva.
Credo che in quei periodi della mia dimora milanese io imparassi a sognare ad occhi aperti i sogni più cari e felici della mia vita, sogni che sempre ho sognato e sogno ancora nel ricordo devoto ed affettuoso del grande Maestro.

IL PRIMO INCONTRO CON IL MAESTRO

Nel 1895, dopo la prima alla Scala di Guglielmo Ratcliff, Verdi accettò di ricevermi nel suo appartamento all'Hotel Milan.
Giulio Ricordi venne nella mia camera e mi disse:
" Venga di là che voglio presentarla a Verdi".
Io lo seguii tremando: Verdi! Bisogna capire che cosa voleva dire per un maestro essere presentato a Verdi. Appena mi vide mi strinse la mano con molta cordialità. Non era, in genere, espansivo, anzi piuttosto asciutto e parco di parole. Colpivano profondamente i suoi occhi.
<Foto Verdi Occhi>
Non si vedevano subito, tanto erano dentro, fra le sopracciglia folte, ma si sentivano: penetranti, vivi, indagatori. Di quegli occhi che ci leggono dentro tutto, anche ciò che vorremmo tenere segreto.
La parola era lenta, saporosa, meditata. Non parlava mai a vanvera, non c'era pericolo che sentenziasse , o che si abbandonasse a concitazioni verbali. Però quando diceva una parola la pesava come l'oro.
Quello che attraeva verso di lui e faceva scomparire ogni soggezione era il suo sorriso. Sorrideva solo a chi voleva; ma quando, sorrideva …era come sentirsi prendere e portare in alto, verso di lui.

GLI ALTRI INCONTRI

Da allora mi incontrai spesso con lui per parlare di musica, di compositori italiani e stranieri (Verdi amava in quell'epoca particolarmente Grieg).
E fu realmente mio maestro nei ripetuti colloqui che egli amava avere con me, nel tardo pomeriggio di ogni giorno. Mi voleva vedere prima di pranzo, in quel periodo della giornata nel quale restava solo. E per me furono colloqui che segnarono la strada del mio avvenire.

COSÌ HO CONOSCIUTO L'UOMO CHE SI CHIAMÒ BURBERO.

" Nessuno tra i presenti potrà mai immaginare da quale sentimento sia preso il mio animo in questo istante in cui mi accingo a parlare di Giuseppe Verdi, di questo grande italiano che nel concetto dell'Umanità è ormai leggendario, mentre per me è ancora e sempre l'uomo che ho conosciuto personalmente, che mi ha concesso l'onore e la fortuna della sua confidenza, e la cui voce mi ha insegnato tante cose che hanno formato le regole della mia vita e della mia arte ed hanno creato nell'anima mia la religione dell'affetto e della bontà.
Quando ero giovane, sempre dopo Cavalleria, avevo una intima ambizione alla quale attribuivo un senso di porta-fortuna per il mio avvenire artistico: nei giorni in cui mi fermavo a Milano, volevo alloggiare dove era solito alloggiare Verdi; e così al vecchio albergo Milano, occupavo abitualmente il Suo appartamento, salvo a scappare in una modesta camera non appena il proprietario, Comm. Spatz, veniva premurosamente a dirmi: "Arriva il Maestro". Ma intanto per qualche giorno mi beavo in quelle stanze dove Verdi viveva tanti giorni all'anno.

E mi sedevo alla scrivania sulla quale Egli scriveva, e suonavo il pianoforte che Egli suonava, e riposavo in quel letto nel quale Egli dormiva.
Credo che in quei periodi della mia dimora milanese io imparassi a sognare ad occhi aperti i sogni più cari e felici della mia vita, sogni che sempre ho sognato e sogno ancora nel ricordo devoto ed affettuoso del grande Maestro.

IL PRIMO INCONTRO CON IL MAESTRO

Nel 1895, dopo la prima alla Scala di Guglielmo Ratcliff, Verdi accettò di ricevermi nel suo appartamento all'Hotel Milan.
Giulio Ricordi venne nella mia camera e mi disse:
" Venga di là che voglio presentarla a Verdi".
Io lo seguii tremando: Verdi! Bisogna capire che cosa voleva dire per un maestro essere presentato a Verdi. Appena mi vide mi strinse la mano con molta cordialità. Non era, in genere, espansivo, anzi piuttosto asciutto e parco di parole. Colpivano profondamente i suoi occhi.
<Foto Verdi Occhi>
Non si vedevano subito, tanto erano dentro, fra le sopracciglia folte, ma si sentivano: penetranti, vivi, indagatori. Di quegli occhi che ci leggono dentro tutto, anche ciò che vorremmo tenere segreto.
La parola era lenta, saporosa, meditata. Non parlava mai a vanvera, non c'era pericolo che sentenziasse , o che si abbandonasse a concitazioni verbali. Però quando diceva una parola la pesava come l'oro.
Quello che attraeva verso di lui e faceva scomparire ogni soggezione era il suo sorriso. Sorrideva solo a chi voleva; ma quando, sorrideva …era come sentirsi prendere e portare in alto, verso di lui.

GLI ALTRI INCONTRI

Da allora mi incontrai spesso con lui per parlare di musica, di compositori italiani e stranieri (Verdi amava in quell'epoca particolarmente Grieg).
E fu realmente mio maestro nei ripetuti colloqui che egli amava avere con me, nel tardo pomeriggio di ogni giorno. Mi voleva vedere prima di pranzo, in quel periodo della giornata nel quale restava solo. E per me furono colloqui che segnarono la strada del mio avvenire.

verdi_fotoCi mettevamo a sedere sul divano ed i temi dei nostri discorsi erano vari, ampi, interessantissimi; Verdi parlava di tutto e di tutti, sempre che gli argomenti si riferissero all'arte nostra: ricordava cantanti, direttori d'orchestra e strumentisti di epoche già tramontate; parlava di compositori nuovi e mi chiedeva anche il mio parere.
Una volta mi confessò che a Parigi le orchestre gli sembravano più sonore di quelle italiane, trovandone la ragione nella qualità degli strumenti a corda, tutti costruiti nella medesima fabbrica e per ciò perfettamente omogenei nel suono.
Mi feci ardito di osservargli che non potevo dividere quella sua opinione, in quanto che gli strumenti dei grandi liutai italiani non possono essere confusi con quelli dei fabbricanti moderni, siano pure i più perfetti. Aggiunsi subito, per attenuare il contrasto che certamente non era possibile formare una orchestra completa di musicisti possessori tutti di strumenti d'Autore: nella ineguaglianza delle voci poteva ricercarsi la minore sonorità d'insieme. Il Maestro non replicò, ma ebbi l'impressione che fosse rimasto nella sua opinione.
Tra i musicisti si interessava particolarmente a Grieg, per gli intervalli delicati ed originali: "la musica di Grieg - diceva - non parla una lingua nazionale, ma piuttosto un dialetto"; si occupava con impressionante competenza della musica classica e antica, e siccome una sera avevo adocchiato sul leggio del pianoforte un volume di Bach, gli espressi la mia soddisfazione, ed egli con semplicità mi rispose " Ho letto che nei suoi concerti di Pesaro ella ha eseguito qualche cosa di Bach ed ho voluto rileggere quella musica; bravo: bisognerebbe che in tutti i Conservatori si eseguisse musica di Bach, il più moderno dei compositori polifonici."

Erano sentenze! Ed io non ho mai dimenticato una parola di quei colloqui, vere lezioni per me che ho sempre guardato Verdi come mio maestro.


Un giorno, poi mi parve più confidenziale ed affettuoso: voleva sapere sopra quali soggetti avevo fermato la mia attenzione per le mie future opere; e, senza darmi il tempo di rispondere, mi disse che aveva saputo che stavo pensando al RE LEAR: "se la cosa è vera, - continuò, - posso dirle che io posseggo un vasto materiale di studio per quel monumentale soggetto, materiale che sarei felice di dare a lei, per facilitarle un compito gravoso". Io mi sentivo preso da una viva commozione nel trovarmi dinanzi a quell'uomo che mi diceva quelle grandi cose con sublime semplicità. Non potevo parlare perché la gola era serrata da un nodo; ma con un grande sforzo riuscii a fare strada alla mia voce che tremava, per fare una domanda che mi stava nel cuore: "Maestro, e perché non ha musicato Lei il Re Lear?…" Verdi chiuse gli occhi per qualche istante, forse per ricordare forse per dimenticar. Poi pianamente
e lentamente rispose: " La scena nella quale Re Lear si trova di fronte alla foresta, mi spaventò!". Scattai in piedi con gli occhi sbarrati, e certamente ero pallidissimo. Egli, il gigante del dramma in musica, si era spaventato… ed io…ed io…"
Nella mia vita non ho più parlato di Re Lear.

I_figli_piccoli…Un giorno mi raggiunse a Milano mia moglie con i nostri tre figlioletti. Verdi espresse il desiderio di conoscere la mia famiglia e io fui premuroso di presentagliela nel suo appartamento. Egli prese tra le braccia i tre piccini e li tenne come un fascio di fiori. Allora Verdi parlò ai bimbi con voce mutata: " Cari, cari, cari! Da qualche mattina sentivo nel corridoio un chiacchierio pieno di letizia in lingua tedesca: volli vedere di che cosa si trattava e aprii la porta: vidi tre angioletti biondi accompagnati da una signora e domandai a Giulio Ricordi, che era con me, di quale famiglia straniera erano quei bambini. Giulio mi rispose: - Ma quelli sono i figli di Mascagni! - Allora ho voluto conoscervi, ho voluto abbracciarvi."

Questo sentimento affettuoso Verdi conservò per tutta la sua vita. Quando il 27 gennaio 1901, la notizia della sua morte si sparse improvvisamente per tutta l'Itali, io che dirigevo le mie Maschere al teatro Costanzi di Roma, partii immediatamente per Milano e fui subito ammesso nel salone del suo appartamento all'Albergo Milano, trasformato in camera ardente.
Giuseppe Verdi era morto e io mi inginocchiai, pregai e piansi lungamente. Poi mi alzai e mossi verso la scrivania, dove mi attendeva un indicibile senso di commozione: sopra la scrivania stavano con le relative buste già indirizzate ai miei tre figli, tre letterine; Verdi rispondeva alle mie creature per ringraziarli degli auguri di Capo d'Anno. Così Ho conosciuto l'uomo che si chiamò burbero."

Estratto dal Discorso tenuto da Mascagni all'Accademia di Santa Cecilia, in Roma nel quarantesimo della morte di Verdi.

 
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